Il nostos di Ulisse: il viaggio più lungo è quello verso sé stessi

“La vera casa è ciò che diventiamo dopo aver attraversato il dolore.”

Che cosa significa davvero tornare a casa?

A primo impatto la risposta può sembrare scontata: tornare nel luogo da cui siamo partiti e che sentiamo come nostro. Eppure, alcune storie ci insegnano che il ritorno più difficile non è quello che attraversa lo spazio, ma quello che attraversa la nostra interiorità.

È questo il significato profondo del nostos, la parola greca che sta a significare il ritorno a casa e che costituisce il cuore dell’Odissea. Il poema di Omero non racconta soltanto il viaggio di un uomo che vuole raggiungere Itaca dopo la guerra di Troia, ma il percorso di chi, dopo aver perso tutte le sue certezze, deve ritrovare il proprio posto nel mondo.

Forse è proprio questa la ragione per cui l’Odissea continua a parlarci dopo quasi tremila anni. Perché, al di là delle avventure mitologiche, descrive un’esperienza profondamente umana: quella di sentirsi lontani da casa e di dover ricostruire un senso, facendo i conti con ciò che si è perso. Del resto, nostos è all’origine della parola “nostalgia” (nostos e algos, il dolore del ritorno)

Itaca non è soltanto un luogo

Quando Ulisse parte per la guerra di Troia, sa chi è: un re, un marito, un padre. La guerra interrompe questo equilibrio e il viaggio di ritorno si trasforma in una lunga esperienza di perdita e di redenzione, alla ricerca di un perdono.

Durante i suoi anni sul mare, Ulisse affronta prove estremamente simboliche. Ogni incontro mette alla prova la sua identità, e in questo senso il viaggio gli chiede di capire chi è e che cosa desidera veramente. Le Sirene incarnano il fascino di ciò che promette una conoscenza assoluta ma rischia di condurre alla distruzione. Circe e Calipso mostrano la tentazione di fermarsi, di abbandonare il proprio cammino in cambio di una sicurezza apparente. Nel film di Nolan, il regista unisce in maniera singolare gli episodi di Calipso e dei Lotofagi.

Mangiare il loto consente a Ulisse di non ricordare, di poter vivere un presente dissociato dall’anestesia. Ricordare, far tornare a galla le sofferenze del proprio cammino, è l’unico modo per poterle elaborare e recuperare il desiderio – mai totalmente sopito – di tornare a casa.

A volte, per andare avanti è necessario guardarsi indietro.

Perdersi per ritrovarsi

La grande intuizione che l’Odissea ci da è che Ulisse non può tornare a essere l’uomo che era quando è partito. La guerra lo ha cambiato, il viaggio anche.

E questo è un qualcosa che abbiamo provato tutti noi. Ci sono momenti in cui qualcosa interrompe la continuità della nostra storia personale: una perdita, una separazione, un fallimento, un cambiamento improvviso. Non sempre lasciamo fisicamente un luogo, ma possiamo sentirci lontani da noi stessi. E a volte la tentazione di mangiare il loto diventa quasi necessaria, perché il dolore che questi eventi portano è troppo grande per noi da affrontare.

È come se la nostra “Itaca” diventasse irraggiungibile. Ma nasce il bisogno di un ritorno. Non un ritorno concreto al passato, perché il passato non esiste più, non tornerà più e niente e nessuno ce ne darà uno migliore. Il ritorno è verso una nuova consapevolezza di sé.

Il nostos rappresenta proprio questo processo: il tentativo di ricomporre ciò che si è spezzato e dare un nuovo significato alla propria esperienza. E per farlo il messaggio che ci dà il film è meraviglioso. Abbandonarsi, lasciare il controllo e concedersi di attraversare il proprio dolore.

La discesa prima della rinascita

Uno degli episodi più significativi del viaggio di Ulisse è la discesa nell’Ade, la catabasi. Prima di poter tornare a casa, l’eroe deve incontrare il regno dei morti. Simbolicamente, è una discesa dentro le parti più profonde e oscure dell’esistenza: la perdita, la paura, il limite, la consapevolezza della mortalità. Qui Tiresia gli darà le indicazioni per tornare a casa, incarnando il Vecchio Saggio ovvero l’archetipo della conoscenza spirituale e della riflessione profonda (molto si potrebbe dire sulla figura di Tiresia, magari in un’altra sede).

Ormai è appurato: prima della trasformazione spesso c’è una fase di crisi, un momento in cui le vecchie certezze non sono più sufficienti. È la “crisi necessaria” di cui parla Racamier, un processo identitario e trasformativo essenziale per lo sviluppo della psiche, che ci costringe ad affrontare la perdita dei vecchi equilibri così da poterne costruire di nuovi e più maturi.

La catabasi è inevitabilmente un confronto necessario con le parti meno conosciute di noi stessi. Crescere significa anche integrare ciò che abbiamo cercato di evitare: le nostre fragilità, le nostre paure, i nostri fallimenti. L’obiettivo non è eliminare l’ombra, ma imparare a riconoscerla come parte della propria storia.

Il viaggio dell’eroe: una metafora della crescita umana

Lo sceneggiatore Christopher Vogler spiega in maniera esemplare il concetto di Viaggio dell’Eroe. Molte grandi narrazioni seguono un movimento comune: l’eroe lascia il mondo conosciuto, affronta prove che mettono in crisi la sua identità, attraversa una trasformazione e infine ritorna portando con sé una nuova consapevolezza.

L’Odissea è certamente una delle espressioni più antiche e complete di questo percorso. Ulisse parte con la promessa di ritornare a casa. Ma alla fine comprende che il viaggio non era una parentesi tra la partenza e l’arrivo: era il processo attraverso cui diventare nuovamente degno della propria casa. Degno poiché è con la guerra e il viaggio che vengono meno le certezze che ne erano alla base – la legge di Zeus, come viene chiamata nel film, infranta dall’inganno di un dono che era volto alla distruzione e non all’altruismo e alla pace.

Il ritorno è il risultato di una trasformazione interiore. E il viaggio dell’eroe è il cammino necessario per raggiungerlo. Cammino che appartiene a tutti noi, perché ogni cambiamento importante richiede di lasciare una versione precedente di noi stessi.

Il vero significato del ritorno

Quando finalmente Ulisse raggiunge Itaca, niente è più come prima. La sua casa è cambiata, lui è cambiato. Ulisse stesso non è più soltanto l’eroe della guerra di Troia. È un uomo che ha conosciuto la perdita, la solitudine e si è scontrato con il limite dettato dalla volontà degli Dèi.

Nella nostra cultura spesso associamo la crescita all’idea di andare avanti, migliorare, superare. Cancellare ciò che c’è stato e far sì che non ci tocchi più – simbolicamente, mangiare il loto. L’Odissea ci regala un’immagine diversa e molto più autentica: maturare significa anche tornare, ma tornare con uno sguardo nuovo.

La casa che cerchiamo non è necessariamente quella che abbiamo lasciato. È il luogo interiore in cui finalmente riusciamo ad abitare noi stessi.

Forse è questa la ragione per cui Ulisse continua a viaggiare con noi.

Il mare in cui naviga non è soltanto il Mediterraneo. È il mare simbolico che ogni persona attraversa quando perde le proprie certezze e cerca una nuova strada per trovare se stesso e il suo posto nel mondo.

E il suo ritorno a Itaca ci regala una verità semplice e profonda: il viaggio più lungo non è quello che ci porta lontano da casa, ma quello che ci permette, dopo molte prove, di ritrovare la strada verso noi stessi. E proprio perché attraversata dalla sofferenza, non sarà mai più la stessa.