Dalla culla alla tela: il Baby Talk alla base della nostra creatività

Ciò che sperimentiamo non è soltanto un’azione, ma la qualità dinamica con cui essa si sviluppa nel tempo

Quando pensiamo alla creatività immaginiamo spesso un pittore davanti alla tela, un musicista che compone o uno scrittore immerso nelle proprie parole. Tendiamo cioè a considerarla una capacità individuale, legata al talento o all’apprendimento. Eppure la psicologia dello sviluppo, le neuroscienze e l’antropologia evoluzionistica raccontano una storia diversa.

La nostra prima esperienza creativa potrebbe aver luogo molto prima di impugnare un pennello. Potrebbe iniziare nei primi mesi di vita, quando ancora non sappiamo parlare e il nostro mondo è fatto di sguardi, ritmo, movimento, contatto e voce.

Prima ancora di creare immagini, impariamo infatti a creare relazioni.

Il primo linguaggio è fatto di ritmo

Chiunque abbia osservato un adulto interagire con un neonato riconosce immediatamente un modo particolare di comunicare. La voce diventa più melodica, le parole vengono rallentate, le pause si allungano, le espressioni del volto si fanno più marcate e i gesti seguono un ritmo preciso.

In psicologia questo fenomeno è conosciuto come Infant-Directed Speech, mentre nel linguaggio comune viene chiamato baby talk. Per lungo tempo è stato considerato semplicemente un modo spontaneo e affettuoso di rivolgersi ai bambini. Oggi sappiamo invece che svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale.

L’antropologa Ellen Dissanayake propone una lettura ancora più affascinante. Secondo la sua Artification Hypothesis, le caratteristiche del baby talk non sono molto diverse da quelle che ritroviamo nell’arte e nei rituali umani: ritmo, ripetizione, variazione, esagerazione dei movimenti e coinvolgimento emotivo.

Per descrivere questo processo Dissanayake utilizza l’espressione “making special”, letteralmente rendere speciale. Gli esseri umani, fin dall’evoluzione più antica, sembrano possedere una predisposizione naturale a trasformare alcuni gesti quotidiani in eventi significativi attraverso il ritmo, la ripetizione e l’intensificazione espressiva.

Quando un genitore canta una filastrocca, ripete una sillaba, accompagna la voce con un sorriso o con un movimento oscillatorio del corpo, non sta semplicemente trasmettendo un’informazione: sta costruendo uno spazio condiviso nel quale il bambino sperimenta sicurezza, prevedibilità e piacere relazionale.

In questa prospettiva, il baby talk rappresenta una delle prime esperienze estetiche della nostra vita. Non perché il bambino “apprezzi la bellezza” nel senso adulto del termine, ma perché entra in contatto con qualità percettive — ritmo, forma, intensità, tempo e movimento — che diventeranno successivamente il linguaggio dell’arte.

Conta il modo, non solo il gesto

Su questa intuizione si innesta il lavoro dello psichiatra e psicoanalista Daniel Stern. Nel volume Il mondo interpersonale del bambino (Bollati Boringhieri), Stern mostra come il neonato costruisca il proprio senso di sé non in isolamento, ma attraverso una continua relazione con chi lo accudisce.

Qualche anno dopo, nel libro Le forme vitali (Raffaello Cortina), approfondisce un aspetto decisivo della nostra esperienza: secondo Stern, ciò che percepiamo non è soltanto che cosa accade, ma soprattutto come accade. Una mano può avvicinarsi lentamente oppure rapidamente. Una voce può crescere d’intensità, spegnersi, interrompersi o esplodere. Una pennellata può apparire delicata oppure impetuosa.

Queste qualità dinamiche sono ciò che Stern chiama forme vitali: configurazioni di movimento, tempo, intensità e direzione che attraversano tutte le esperienze umane. E non appartengono soltanto alla psicologia dello sviluppo, le ritroviamo nella musica, nella danza, nella pittura, nel teatro e persino nella conversazione quotidiana. È proprio questa dimensione dinamica a permetterci di percepire un gesto come tenero, energico, aggressivo o rassicurante ancora prima di comprenderne il significato razionale.

Sentirsi compresi prima delle parole

Uno dei contributi più importanti di Stern è il concetto di sintonizzazione affettiva. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il genitore non comunica con il bambino limitandosi a imitare ciò che fa. Piuttosto, coglie la qualità emotiva dell’esperienza del bambino e la restituisce attraverso un’altra modalità espressiva. Per fare un esempio: se il bambino compie un movimento rapido e gioioso con le braccia, l’adulto potrebbe rispondere con un’esclamazione vivace o con un sorriso ampio. Se il piccolo rallenta, anche la voce dell’adulto si fa più morbida.

Stern sostiene che la condivisione degli stati affettivi costituisce uno degli elementi fondamentali attraverso cui il bambino costruisce progressivamente il senso di sé e della relazione con l’altro. Ciò che viene condiviso quindi non è il comportamento, ma il suo significato emotivo.

Questa capacità di “sentirsi insieme” costituisce una delle basi dello sviluppo dell’empatia e della costruzione dell’identità personale. Dunque prima di comprendere le parole, impariamo a riconoscere il ritmo emotivo dell’altro.

Negli ultimi decenni le neuroscienze hanno fornito ulteriori elementi a sostegno di questa prospettiva. Vittorio Gallese ha mostrato come il nostro cervello sia predisposto a comprendere le azioni e le emozioni altrui attraverso meccanismi di simulazione incarnata (embodied simulation). Osservare il gesto di un’altra persona non significa limitarsi a registrarlo visivamente: il nostro sistema nervoso ne riproduce internamente alcuni aspetti motori ed emotivi, permettendoci di comprenderlo in maniera immediata e pre-riflessiva.

Insieme a Philippe Rochat, Gallese ha inoltre sottolineato come le forme vitali descritte da Stern costituiscano uno degli elementi fondamentali dell’intersoggettività umana: In altre parole, siamo biologicamente predisposti a entrare in risonanza con il modo in cui gli altri si muovono, parlano e agiscono.

Perché una pennellata riesce a emozionarci?

Quando osserviamo un dipinto di Van Gogh, una tela di Emilio Vedova o una scultura di Medardo Rosso, non leggiamo semplicemente un’immagine. Percepiamo il gesto che l’ha generata.

Seguiamo con lo sguardo la pressione del pennello, la velocità del movimento, la direzione della mano, la forza o la delicatezza con cui il materiale è stato trasformato. L’osservazione dell’opera attiva processi di simulazione incarnata che ci permettono di entrare in risonanza con l’azione dell’artista.

L’esperienza estetica non nasce soltanto dall’interpretazione dell’opera, ma anche dalla partecipazione corporea ai suoi gesti. In questo senso, osservare un’opera significa entrare in relazione con un’altra persona attraverso il linguaggio delle forme, del movimento e della materia.

Le riflessioni di Dissanayake, Stern e Gallese convergono verso una conclusione sorprendente: l’arte non rappresenta un’attività separata dalla vita quotidiana, ma è una naturale estensione delle competenze relazionali che sviluppiamo fin dalla nascita.

Quando dipingiamo, modelliamo l’argilla, suoniamo uno strumento o semplicemente contempliamo un’opera, riattiviamo quella capacità di condividere stati interiori che abbiamo imparato nei primi dialoghi con chi si prendeva cura di noi. La creatività, allora, non coincide soltanto con la produzione di qualcosa di nuovo. È soprattutto la possibilità di dare forma all’esperienza e di renderla condivisibile.

Pensare alla creatività come a un dono riservato a pochi rischia di allontanarci dalla sua natura più autentica. Prima ancora di essere artisti, siamo stati bambini che hanno imparato il ritmo di uno sguardo, il tempo di una carezza, la musicalità di una voce.

Le prime “opere” della nostra vita non sono quadri o sculture, ma sorrisi restituiti, vocalizzi condivisi, giochi di attesa e piccoli dialoghi fatti di movimento. Forse è proprio per questo che l’arte continua a parlarci così profondamente. Perché, ogni volta che una forma, un colore o una melodia riescono a toccarci, riconosciamo inconsapevolmente qualcosa di molto antico: quel primo dialogo senza parole che ci ha insegnato, ancora prima di parlare, cosa significa essere in relazione con un altro essere umano.


Perché tutto questo è importante?

Se le nostre prime esperienze relazionali sono fatte di ritmo, movimento, gesto e sintonizzazione emotiva, allora l’arte non rappresenta soltanto un mezzo espressivo: può diventare anche uno spazio nel quale ritrovare modalità di relazione profonde, spesso precedenti al linguaggio verbale.

L’efficacia dei processi artistici non dipende esclusivamente dalla possibilità di “esprimere le emozioni”, ma anche dal fatto che il fare artistico coinvolge il corpo, la percezione, il ritmo, la memoria implicita e la relazione con l’altro.

Quando una persona dipinge o lavora con i materiali, mette in gioco molto più della propria abilità tecnica. Ogni gesto possiede una qualità dinamica: può essere esitante, deciso, ripetitivo, leggero, impulsivo o delicato. Sono proprio queste forme vitali a raccontare qualcosa del modo in cui quella persona sta vivendo la propria esperienza nel presente.

In questo senso l’opera non è soltanto un prodotto finale da osservare, ma la traccia visibile di un processo. Ciò che assume valore terapeutico non è la bellezza del risultato, bensì la possibilità di sperimentare nuove modalità di stare in relazione con sé stessi, con il materiale e con l’altro.

Forse è proprio qui che arte e psicologia si incontrano. Entrambe si occupano, in fondo, dello stesso mistero: comprendere come un’esperienza interiore possa trovare una forma, essere riconosciuta da qualcun altro e, attraverso quella relazione, trasformarsi.

Da portare con sé

La prossima volta che ti troverai davanti a un foglio bianco, prova a mettere da parte l’idea di “fare un bel disegno”. Concentrati invece sul ritmo della tua mano, sulla pressione del colore, sul tempo del gesto. Forse scoprirai che creare non significa soltanto produrre un’immagine, ma ritrovare una forma di dialogo con te stesso che conosci da molto più tempo di quanto immagini.